Giugno -fra aia e cucina cap.6- storie e racconti di Schianchi Mario

Lunedý 31 Maggio 2010

Giugno -fra aia e cucina cap.6- storie e racconti di Schianchi Mario

Giugno. Era il periodo in cui l’aia, come nei giorni della trebbiatura, era traboccante di personaggi.

Erano le donne a farla da padrone, le operaie dei campi, spesso vestite in modo abbastanza ridicolo per quei tempi, oggi potrebbero dirsi griffate da noti stilisti.

Solitamente sotto a una gonna grande e leggera portavano pantaloni da uomo, e camicette dei più svariati colori, grandi cappellacci di paglia, specie le più anziane, le giovincelle preferivano sopportare l’arsura del sole, e mettere in mostra i propri lineamenti, lasciare che la brezza dell’aria accarezzasse i capelli. Le camicette, anche se ricavate da vecchie camice da uomo, erano più attillate come i pantaloni. Arrivavano solitamente in bicicletta anche dai paesi vicini, da famiglie di casanti che vivevano di lavoro dipendente. Non vi erano allora grandi industrie, e la maggior forza lavoro era richiesta dal settore primario. Un lavoro di braccia, ma egualmente gratificante, indubbiamente gratificante., Li ricordo con piacere quei volti di donne, ora anziane, sempre sorridenti, allegre e spensierate, con quella voglia di vivere che sprizzava dagli occhi, dalle parole, atteggiamenti e sentimenti che difficilmente vedi alle uscite delle fabbriche di oggi. Raramente le rivedo le donne che hanno lavorato nella nostra azienda, sono state rapite dalla città, altre hanno emigrato a Milano; ma quelle rarissime volte che qualche vecchietta entra nell’aia di Ciato, la capisci subito se ha trascorso qui parte della sua gioventù. Fra le rughe del tempo ritorna un sorriso indescrivibile, gli occhi stanchi si illuminano, rivivono la loro spensieratezza, mi trattano come se fossi il bambino di un tempo. Teresa, già, e chi non la ricorda? Era una ragazzina dagli occhi furbi e impertinenti, timorosa, sempre pronta all’obbedienza, le dispiaceva essere ripresa, anche se per lei c’era sempre un occhio di riguardo, quanta umanità, seppure fra tanta miseria, sia per chi era dipendente che datore di lavoro. Era ansiosa di finire sempre il lavoro, perché mai? Infondo cosa le importava?

Si era soliti a quei tempi che se si fosse finito di raccogliere il fieno o le cipolle nelle prime ore del sabato sull’aia ci sarebbe stata festa, festa grande.

Contento chi accudiva il fondo per la proprietà, contenti gli operai che l’indomani avrebbero fatto festa, e festa sarebbe stato anche il sabato verso sera.

Nessuno tornava a casa, tutto era previsto già dal sabato mattina, quel sabato sera sarebbe stato diverso, anzi molti l’avevano previsto già il giorno prima, e nella sporta avevano infilato qualche indumento pulito, non dico da messa, ma di rispetto.

Mentre mio padre finiva di accudire le mucche, mia madre preparava una frugale cena, poche cose, quel tanto che bastasse per azzittire lo stomaco e dare tanta energia, e loro i dipendenti, così si usava chiamarli, erano tutti dentro il condot. Un grande fossato, che esiste ancora oggi, governato dalle leggi del  Ducato di Parma, Guastalla e Piacenza, che porta le acque di irrigazione. Ci si lavava alla meglio, togliendo con discrezione gli inzzuppati abiti di sudore, chi con maggior sfacciatattagine, una pettinata veloce  per rendere più accattivanti quei visetti acqua e sapone. Sarà la mia età che inesorabilmente avanza, sarà che i ricordi di ragazzino li hai vissuti come fiabe, non dovrei e non vorrei dirlo, ma certi visi oggi non li vedo più. Una semplicità, una graziosità, che ancora ti fa venir voglia di toccarli, accarezzarli, in modo sacrale, quasi con devozione.

Oggi chi potrebbe più immergere il suo viso nelle acque di irrigazione?

Quando oramai il sole aveva compiuto il suo elisse, e anche i buoi sdraiati sulla bianca paglia iniziavano lentamente a ruminare, tutti erano pronti intorno ad un improvvisato tavolo a dare quiete allo stomaco, mentre le note di una vecchia sgangherata fisarmonica che però sapeva il fatto suo dava inizio alla danze.  Le madri non vedendo tornare le figlie, si aggiungevano alla comitiva, forse più che per controllare, era una scusa per una mazurca. E i moros non arrivavano arrabbiati, anzi era un occasione per vezzeggiare una volta in più la loro ragazza e perché no di uno spuntino supplementare tanto gradito a quei tempi.

Scene che non si ripetono più, come alcuni piatti della pedemontana.

Savor: procuratevi 1 Kg di mosto di uva rossa 200gr di mele ranette 5 pere nobili 400gr. Di zucca da mostarda 5 mele cotogne gherigli di noci.

Mettete nel mosto la frutta a tocchetti; prima di porre al fuoco mettete dei gherigli di noci sul fondo perché tutto non si appiccichi. Porre al fuoco e far andare dolcemente per diverse ore tenendo mescolato sino a che tutto diventi scuro

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