Luglio -fra aia e cucina cap.7- storie e racconti di Schianchi Mario

Giovedý 01 Luglio 2010

Luglio -fra aia e cucina cap.7- storie e racconti di Schianchi Mario

Luglio Si partiva già all’alba con il falcetto appoggiato sulla spalla sinistra per far le strade nelle dorate piane di grano, dove sarebbe passata la macchina per il primo giro e per raccogliere quello dove la mietilega non sarebbe arrivata. Con la prima falciata divisa in parti eguali si facevano due mazzetti che abilmente incrociati all’altezza delle spighe formavano al ligarò, che serviva a legare al cog  insieme di mazzetti tagliati successivamente. Finite le strade partiva la mietilega, ormai trainata non già dai buoi o cavalli ma dai primi trattori. Solitamente la macchina a mezzo giorno veniva fermata, la paglia, se il sole era cocente diventava troppo secca e l’aspa coinvogliatrice poteva distaccare la spiga dal gambo.

Ne sarebbero rimaste troppe da spigler. Raccolta a mano delle spighe staccate dal gambo. Sì, grano-denaro, il grano era ancora un bene prezioso e ci si chinava  per raccoglierne anche una sola spiga.

Un quintale di grano corrispondeva all’incirca ad una settimana di lavoro.

Il raccolto… veniva così definita la mietitura, da essa dipendeva all'ora la maggior parte del reddito, era l'assicurarsi il pane quotidiano. Ne andavo pazzo, mi dice mia madre che la notte precedente non dormivo neppure, tanta la smania di poter fare un giro su quella macchina. Non erano ancora arrivate le mietitrebbiatrici, già era molto chi aveva il trattore per trainare la mietilega che sfornava covoni dietro covoni, che uomini e donne accatastavano in modo sapiente nella famose crosetì (mucchio a croce) forse più per un modo sacrale di far fare l'ultima maturazione al grano che un fatto pratico od estetico.

Ma vi era anche un fatto tecnico, le spighe si facevano ombra l’un l’altra e così continuava in modo più omogeneo la maturazione.

Quando i chicchi erano ben nutriti e la paglia secca, quando la paglia aveva ceduto tutte le sue sostanze al grano, con i carri si portava nel vecchio fienile tutto il raccolto in attesa della trebbiatura che solitamente da noi si faceva alla fine di luglio, primi di agosto. Prima della raccolta delle cipolle e pomodori. Il grano era al coperto, i primi pomodori erano rossi, l’aglio, seminato secondo tradizione per S. Simone (28.ottobre chi vol un bel aion a semna per S. Simon)  maturo, i galletti già di buona consistenza, chi poteva esserci la domenica successiva su quell’ interminabile tavolo di legno impregnato di farina di grasso e di vino se non un bel pollo alla diavola.

Procuratevi un giovane pollo, alcuni spicchi di aglio, concentrate alcuni pomodori o se preferite comprate del doppio, olio vergine di oliva, vino bianco secco da festa, e sale marino.

Tagliate al povero pollastro di turno collo e zampe, apritelo sul davanti e schiacciatelo il più possibile sino a che non canti. Lavatelo con cura in acqua corrente ed asciugate. Nella nostra padella di ferro faremo rosolare in un po’ di olio spicchi di aglio, non usate parsimonia, siamo agli inizi del raccolto. Li toglieremo prima che si facciano neri. Ora rosoliamo il pollastro a fuoco vivace da entrambe le parti. Aggiungiamo un composto fatto di concentrato di pomodoro olio e sale. Copriamo con coperchio pesante la padella, lo porteremo a cottura cospargendolo di tanto in tanto con il suo sugo. Verso fine cottura buttate quel bicchiere di vino bianco da festa ad aromatizzare la vostra pietanza.

 

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