Settembre -fra aia e cucina, cap. 9- storie e racconti di Schianchi Mario

Mercoledý 01 Settembre 2010

Settembre -fra aia e cucina, cap. 9- storie e racconti di Schianchi Mario

Settembre E’ un ricordo abbastanza vago, sfumato, proprio della prima infanzia, era una pratica già in disuso. Mi riferisco all’utilizzo anche dell’ultima zolla di terra. Era il benessere che timidamente avanzava a cancellare questa pratica antica. Ricordo che all’inizio di ogni coltivazione venivano scavati i fossi di irrigazione (fos d’acquador) e sulla sponda del fosso al centro della sia, la dove la sponda se c’era un buon addetto all’irrigazione non sarebbe mai stata guastata, ci si mettevano i semi di fagioli e la saggina. Saggina, nutrimento, i chicchi, per il bestiame dell’azienda e le manse per la fabbricazione delle scope da casa, el mansareni, piccola scopa per la madia e il camino.

Era proprio a settembre in cui si dava pulizia agli ultimi campi da arare, con la raccolta della saggina. Si facevano anche le fascine con le piante di pomodoro, che da li a poco sarebbero serviti per scaldare l’acqua della caldaia della fornacella per fare la polenta al maiale, la linosa alle vacche partorienti, e l’acqua per il bagno personale e la bugheda (lavaggio della biancheria). Le piante di saggina venivano invece legate a mazzi e appese alle travi del piccolo fienile, a finire la loro maturazione, accarezzate dall’aria, loro naturale essiccazione, per essere poi sgranate e lavorate nei tempi morti.

Questa operazione avveniva solitamente nella stalla durante le fredde giornate invernali, dove quei termosifoni animali, le vacche, ti davano un po’ di sollievo. Per togliere i chicchi dalla pannocchia si usava un vecchio setaccio, lo si faceva scorrere sopra una liscia panca di legno, che nella stalla non mancava mai, ti sedevi a cavalcioni e fra setaccio e panca ci inserivi i pennacchi della saggina per renderli mondi dai semi. Una volta mondati bene iniziava l’operazione scopa. Con maestria si facevano piccoli mazzetti di pennacchi che poi con un legnetto centrale e con salici bianchi scottati in acqua bollente, pelati e divisi, alcuni a metà altri in quarti si dava forma alla scopa.

Per operare sui salici si usa, o una semplice ronca per dividerli a metà, o un apposito attrezzo fabbricato artigianalmente per i quarti, ma grande doveva essere la capacità dell’operatore per non rovinare il salice. A settembre era iniziato anche il raccolto degli ortaggi che avrebbero sfamato la famiglia durante l’inverno, e così era anche per le zucche, che sarebbero servite per i tortelli, quando la loro fine non era quella più semplice di cuocere per un immediato consumo sotto la cenere del grande camino. Intanto che la vostra zucca cuoce in forno, preparate un bella e sostanziosa sfoglia con ova di gallina ruspante. Mondate la zucca e passatela al setaccio, unite parmigiano grattato, amaretti, (a piacere) sale e noce moscata. Amalgamate a sufficienza per avere un impasto omogeneo. Tirata che sia la sfoglia, distribuite il ripieno senza troppa parsimonia, quelli della mia mamma eran bei grassi, ora capovolgete parte della strisciata di sfoglia sugli stessi mucchietti di zucca e comprimete a dovere con le mani affinché la sfoglia si incolli.Dividete con apposita rotellina dentata e lessate in abbondante acqua salata. Pel condimento usate burro fuso a bagnomaria, al quale a piacere e gusto personale si può aggiungere foglie di menta, maggiorana, o salvia, come nell’impasto, a me piace aggiungere due cucchiaiate di sugo di mostarda. Nevicateli di Parmigiano.

 

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