P.I.L. o stile di vita?

Domenica 14 Ottobre 2012

P.I.L. o stile di vita?

Riporto il mio interevento come presidente del percorso enogastronomico "Strada del Prosciutto e del Vino dei Colli di Parma" alla XXII fiera del tartufo di Fragno.

Schianchi Mario.

Ringraziamenti.

 

Innamorato di Calestano, della sua fiera.

 

Valorizzazione è reddito per un territorio da un prodotto riproducibile senza depauperare, al pari del vino, dell’olio….

 

Il tartufo, un prodotto che a pieno titolo entra nell’ economia sostenibile, un modello di sviluppo che recupera ed integra i concetti dell'economia tradizionale e dell'ecologia, seguendo i principi della vocazionalità e dei talenti.

L'Economia sostenibile, si fonda sulla capacità del sistema Terra, di ripristinare in un certo periodo le stesse energie utilizzate, un modo di agire che contribuisce a salvaguardare la società e conservare l'ambiente per le generazioni future.

L’economia finanziaria, quella perseguita negli ultimi decenni è una ricchezza fittizia che ha determinato un impoverimento del patrimonio ambientale originario attraverso la sua monetizzazione. Tale accumulazione viene definita (PIL) Prodotto Interno Lordo che viene visto quale indice del benessere di una nazione.

Ancora oggi molti amministratori occidentali vantano di avere aumentato il PIL del loro comune di avere raddoppiato, triplicato il numero degli abitanti senza rendersi conto del rovescio della medaglia, a meno che non sia in mala fede e celino un interesse personale come purtroppo spesso oggi la stampa enuncia, e tutto ciò comporta una spesa continua per adeguare le strutture che servono alla vita del territorio, rifiuti, scuole, rete viaria, casa; nuova e indiscriminata cementificazione, ricordiamoci che siamo fra i paesi più cementificati, e quindi continua energia, che il nostro pianeta non sempre riesce a riprodurre, non tralasciando il problema di spostamento di grandi masse di popolazione con le conseguenze che ben tutti conosciamo.

 

Vorrei a tal proposito ricordare con voi il discorso di Robert Kennedy all’università del Kansas nel 1968 solo tre mesi prima di essere assassinato:

 Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni.

Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jpnes, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.  

Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.

Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle.

Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini.

Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.

Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi.

Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.

Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

 

Dobbiamo tornare all’ economia del patrimonio e Calestano ha conservato bene la sua economia patrimoniale e la fiera né è un esempio come il luogo in cui si svolge. La XXII edizione valorizza la capacità produttiva del territorio, anche, attraverso un richiamo turistico, senza esasperarla, ma in un contesto di tradizione culturale di storia e di arte del luogo.

Mi consento una chiusura dell’intervento con alcune riflessioni a voce alta perché so della capacità di sopportazione e della disponibilità di dialogo e di confronto di Mariagrazia, il vostro sindaco, cosa molto apprezzabile, dote rara e non comune.

Non più tardi di una settimana fa esponevo queste stesse idee di sviluppo compatibile e sostenibile con il territorio con alcuni amministratori i quali mi rimproveravano di non avere capito la globalizzazione e che le medie e piccole aziende non possono avere un avvenire in tale contesto.

In parte è vero e io stesso lo condivido, i produttori di latte della Valceno,  per fare un esempio vicino a noi non possono certo avere la forza di penetrazione della Parmalat, ma qui non siamo davanti ad una medaglia che ha due facce ma ad un prisma.

Sta economicamente meglio chi conferisce il latte e lo commercializza in società o chi conferiva a Parmalat che negli anni ha determinato la chiusura  di molte stalle della nostra collina?

E’ stato intelligente portare e supportare delle attività che nulla avevano a che fare con la storia e con le caratteristiche del territorio?

Ha avuto senso portare a Parma la lavorazione del prosciutto estero?

E’ stata una mossa vincente concentrare gli allevamenti, delocalizzando le produzioni che per storia, economia razionale erano collocati in siti molto più rispondenti?

Ci siamo solo creati dei problemi di inquinamento, di trasporto, di malattie dovute al sovrappopolamento  e sovradimensionamento ed ad una perdita qualitativa se non altro sotto l’aspetto delle differenze.

Abbiamo ingannato i nostri valligiani attratti dalle luci della città, non siamo stati capaci di integrare il loro reddito retribuendo loro il lavoro sociale che svolgevano, tutela e salvaguardia dell’ambiente ed oggi ne paghiamo con gli interessi le conseguenze, di contro abbiamo finanziato imprenditori che se ne infischiavano del territorio e guardavano solo al profitto personale.

Mille e altri esempi avrei da portare, ma penso che anche le riflessioni vadano date a piccole dosi, si rischia di mandare in confusione l’interlocutore e a quel punto ogni dialogo o confronto diventa superfluo e senza dibattito si allontana anche la democrazia.

Tutto ciò premesso per arrivare a esaltare i percorsi enogastronomici, non perché a Parma li ritenga una mia creatura, e ben stato più lungimirante chi nel 1999 li istituì con la legge 268, semmai ne sono stato solo un piccolo sostenitore.

Un progetto, come di recente ho scritto sul mio sito, lungimirante che trovò inizialmente grande fervore anche in Emilia-Romagna.

Probabilmente il calo di entusiasmo e da ricercare nelle vicissitudini di ICE, ENIT, il mancato rifinanziamento, la non chiara sottoscrizione dei dettami di cooperazione pubblico/privato, l’ottusità e l’arroganza di pochi, un soggetto a sostegno non solo del turismo ma di tutta una economia che è alla base del nostro prodotto agroalimentare e di tutto quanto gli gravita attorno. Una sinergia quella delle “strade” che una politica più attenta ed oculata dovrebbe immediatamente sostenere, valutato anche l’attuale momento di crisi e considerato che una volta avviata con regole certe e chiare si autofinanzia con l’apporto di quei soggetti che hanno capito e superato il concetto di concorrenza interna.

Non a caso i vignaron francesi, los productores spagnoli, i kaiser tedeschi mi sembrano, nonostante la crisi abbia colto anche loro, più sorridenti, come più sorridenti mi sembrano i produttori trentini.

Emilia, terra della cooperazione, ma forse accecata dalla sua supponenza non si accorge che qualcuno l’ha affinata meglio di noi, la cooperazione ha bisogno di regole certe, condivise ed autoritarie, non c’è spazio in una sana cooperazione per furbi e buontemponi.

In un paese piccolo o grande che sia non conta il PIL e nemmeno il conto in banca, conta lo stile di vita dei suoi abitanti.

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