Parma Cucina "Poveri Mangiari" Torelli e il cavolfiore.

Mercoledý 14 Febbraio 2018

Parma Cucina "Poveri Mangiari" Torelli e il cavolfiore.

Ma dai, non sai cosa mi è capitato oggi? Fra un cucchiaio e un coltello mi è arrivato in mano un vecchio libro di Giorgio Torelli; “L’argenteria di famiglia”, che parla della mia Parma. Miti, luoghi e personaggi della civiltà di Parma rivisitati alla rinfusa e col senno di poi. 

 

Intanto, per chi non è di Parma e non conosce Torelli, vediamo di inquadrare questo strano giornalista e scrittore di cui Indro Montanelli suo direttore per diversi anni disse: “Perenne cronista di buone notizie”. Il segnalibro, unto e bisunto, mi porta alla pagina 136 dove fra i vari schizzi stampati…  ora in grassetto, ora in corsivo, ora in grassetto corsivo, ora con una vecchia penna delle elementari con il pennino spuntato ha scritto: La rezdòra, le dobbiamo tutto. Onore alla rezdòra. Senza il consapevole sacrificio delle donne, rimaste in casa ad accendere il fuoco, si sarebbero appannate, le affermazioni dell’homo sapiens. Grandi donne, grandi storie. Tutta la vita col rubinetto che sgocciola. E qui il nostro Torelli prodigo anche di definizioni in vernacolo dopo avere parlato delle mansioni dell’uomo si avventura nell’elogio e nella miriade di competenze tutte della rezdòra dandone anche una sua definizione. “La parola rezdòra non è granché: deriva dall’arioso contado – dunque dalle bicocche di campagna con le biolche tutt’attorno- e s’è pigramente rappresa al dialetto di città. Da noi, sul sasso, la definizione di ‘ donna che sta in casa e ne assume l’oneroso governo ’ non c’era. E neanche ci piaceva dire massaia, vocabolo di tocco meridionale, che sottintende compiti troppo rustici, oppure dire casalinga, attributo oramai anagrafico. Si diceva solo me mojera, me soréla, me mädra o me fjòla, per significare le femme de cusine che impugnava per conto terzi – e cioè in favore di tutta la famiglia, il mestolo, la scopa e quella ramazzetta per nettare il secchiaio che regge un nome sarcastico, e insieme, faraonico mansarén da s’ciär”

Bene dopo questo dovuto elogio a tutte le nostre resdòre che spesso oltre a governare la casa governavano anche l’orto vediamo che cosa ci propone oggi per i nostri poveri mangiari o mangiari della frugalità.

Prendiamo un cavolfiore che ridurremo in cime che sciacqueremo con abbondante acqua corrente.

Ottenute tante cime omogenee le lesseremo in abbondante acqua leggermente salata per una decina di minuti, che risultino passate ma non trapassate, che mantengano buona consistenza. Scoliamo facciamo asciugare e immergiamo in olio, evo, facciamo aderire ad ogni cimetta in modo delicato uno strato di pane grattato che avremo aromatizzato almeno un oretta prima (Pane aromatizzato, miscelare: 70 gr. di pane, un abbondante ciuffo di prezzemolo sminuzzato a mezza luna, due tre bei spicchi di aglio grattato e 40 gr. di parmigiano grattugiato) Una volta che risulti bene impanato e sistemato in pirofila filiamo ancora un poco di evo e aggiustiamo a piacere di sale e pepe. Nel frattempo avremo portato il nostro forno a circa 180°. Inforniamo per circa venti minuti. I tempi di cottura variano a seconda del grado di cottura delle verdure di base. Regolatevi quindi affinché risulti esternamente croccante ma morbido dentro.

 

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